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Marco Biagi. L'uomo che cambiò il mondo del lavoro

Giuliano Cazzola, "Il Giornale", 19 marzo 2004, p. 1.

Era una serata che annunciava l'arrivo della primavera - quel 19 marzo del 2002 - quando, all'ora di cena, il mio amico Marco Biagi venne falciato sotto casa, inerme, difeso soltanto dalla sua bicicletta. Oggi la legge che
porta il suo nome è un caposaldo del moderno diritto sindacale. Di commentari, guide e pubblicazioni che trattano la materia sono piene le librerie e le biblioteche. E l'Unione Europea, nel suo monitoraggio annuo sull'avanzamento del c.d. processo di Lisbona 2000 (quello che ha come obiettivo «l'economia della conoscenza») iscrive la legge Biagi tra i punti positivi dell'azienda Italia.

Ma l'odio - che perseguitò il mio amico negli ultimi mesi di vita, che lo inseguì nell'ambiente di lavoro, tra amici e colleghi, tanto da avvilirlo almeno quanto la situazione di mancata sicurezza in cui era stato colpevolmente lasciato - è ancora irriducibilmente vivo. È un destino singolare: Marco e la sua opera sono diventati, nell'immaginario dell'ala reazionaria della sinistra (con la vile connivenza di quella riformista), l'emblema dei diritti negati e del lavoro precario, l'eclissi di quel sistema di certezze che ha caratterizzato un'epoca, prima di essere travolto dalle nuove sfide dell'economia. Così, se lo Statuto dei diritti dei lavoratori corrispondeva alle istanze, ne gli anni 70, di una società industriale che confidava in una prospettiva infinita di crescita e di sviluppo, ritenuta così certa da appartenere all'evoluzione naturale delle cose, la legge Biagi rappresenta una sorta di rivoluzione copernicana del diritto del lavoro, destinato in un futuro prossimo a divenire - questa era l'opinione di Marco - una branca del diritto commerciale, in un mondo in cui la competizione sui mercati si appresta a trasformarsi nell'unica variabile indipendente delle dinamiche economiche e sociali. In verità, solo un pregiudizio ideologico può giustificare una malevola interpretazione di questa riforma. La legge Biagi non è responsabile della destrutturazione in atto del mercato del lavoro. È, infatti, nel contesto da cui nascono il «pacchetto Treu» e la legge Dini che, nel bene (per l'incremento dell'occupazione) come nel male (per l'esplosione dei co.co.co.), che si determina l'attuale divaricazione del mondo del lavoro. La legge Biagi tenta di porvi rimedio, fino a ricevere la critica - da personalità di sinistra - di essere troppo rigorosa. È nota, infatti, la crescita a dismisura dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa (sono ormai più di 2,8 milioni di posizioni) che, negli anni, sono diventati l'architrave del secondo (meno tutelato) mercato del lavoro, la cui condizione di precaria flessibilità è pienamente funzionale al mantenimento della rigidità del primo.

Tale rapporto, infatti, potrà sopravvivere nell'ordinamento giuridico solo se riuscirà ad assumere, in maniera convincente, le caratteristiche del «lavoro a progetto». Altrimenti, vi si applicheranno, in via giudiziale, le regole - contrattuali e previdenziali - del lavoro subordinato. Come è possibile, dunque, attribuire perversi obiettivi di destrutturazione del mercato del lavoro ad una legge che attacca al cuore il più importante marchingegno che, nel tempo, ha consentito di assumere manodopera priva di diritti e di adeguata protezione sociale? Certo, per quanto importante, la legge Biagi è solo un pezzo del riordino del mercato del lavoro. Il disegno complessivo era quello tracciato dal Libro bianco e comprendeva pure l'avvio di un nuovo assetto della contrattazione collettiva e delle regole del dialogo sociale, nonché quella revisione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che avrebbe consentito di scardinare la porta della «Cittadella delle guarentigie» e di promuovere l'unificazione del mercato del lavoro. La riforma della disciplina del licenziamento individuale resta una battaglia persa dal governo di centrodestra, nel tentativo di assecondare - col patto per l'Italia - un isolamento della Cgil che è durato una sola estate, prima che sulle pensioni si rinsaldasse nuovamente il fronte della conservazione sindacale.

Oggi, nel secondo anniversario dell'assassinio del professore bolognese, si svolgeranno numerose iniziative a Roma e a Bologna. Nella città di Marco è candidato a sindaco Sergio Cofferati. Basta leggere le ultime lettere di Biagi per rendersi conto di come gli pesasse l'inimicizia del potente leader sindacale. Il Cinese, in una recente intervista, ha di chiarato di non avere mai attaccato personalmente il professor Biagi, ma che lo considerava, anzi, un servitore dello Stato. Per fortuna le bugie hanno le gambe corte. Alessandra Servidori, anch'essa amica di Marco, è andata a spulciare le agenzie, ricordando, sull'Avanti! deI 17 marzo, le accuse, gratuite ed ingiuste, che Cofferati rivolse al povero Biagi. «Osservo che l'autore delle proposte di Confindustria sulla riforma contrattuale - dichiarò l'allora segretario della Cgil il 21 febbraio 2002 - è tra gli estensori del Libro bianco del Governo... Marco Biagi è tra gli esperti Ue che hanno scritto il rapporto sulle relazioni industriali... Basta accostare il Libro bianco alte tesi della Confindustria per vedere gli elementi di sostanziale convergenza e questo capita quando c'è una buona frequentazione». Le critiche sono ammesse, anche nei confronti di Marco Biagi; ma si dovrebbe chiedere scusa dell'ironica malevolenza, venata di quella patina di disprezzo riservato, a sinistra, a coloro che voltano le spalle alla logica dell'appartenenza, pur di conservare il rispetto di sé e delle proprie idee.