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Cambia l'accesso al mercato del lavoro. Con i contratti d'inserimento meno scontri fra generazioni

Michele Tiraboschi, "Avvenire", 13 febbraio 2004, p. 2

I pessimistici commenti che avevano accompagnato i primi mesi di vigenza della legge Biagi - tanto da indurre qualche frettoloso osservatore a parlare con ostentata agitazione di "riforma virtuale" - sono stati smentiti dai fatti. Dopo un primo accordo sulla vigenza provvisoria dei contratti di formazione e lavoro, raggiunto lo scorso novembre, è stata siglata ieri l'altro una importante intesa sui contratti di inserimento agevolato dei giovani e dei gruppi svantaggiati del mercato del lavoro. Un'intesa importante non solo per i contenuti, ma prima ancora per la sua valenza politica. Dopo una lunga fase, si registrano ora due accordi di livello interconfederale sottoscritti unitariamente da Cgil, Cisl e Uil - oltre che da Ugl, ma per il solo contratto di inserimento - e dalle controparti datoriali, accordi che riscrivono il quadro delle regole di accesso al mercato occupazionale di una fetta significativa e particolarmente problematica del mercato del lavoro. Tra l'altro, è una dimostrazione questa, al di là delle contrapposizioni ideologiche e di principio che ancora dividono il fronte sindacale, che nel merito dei contenuti la riforma Biagi può essere un buon terreno di confronto e di dialogo tra le parti sociali. L'impianto della legge non prevede, infatti, soluzioni destrutturanti e imposte autoritativamente alle parti sociali ma, al contrario, un loro coinvolgimento alla ricerca del migliore compromesso possibile tra le istanze di tutela del lavoro e le esigenze di competitività ed efficienza del mondo delle imprese.

Dando avvio al graduale passaggio dai vecchi contratti di formazione e lavoro al nuovo contratto di inserimento - che a questo punto è operativo e immediatamente disponibile per le aziende che intendano assumere giovani, disabili, disoccupati di lungo periodo, over cinquanta - le parti sociali hanno così concretamente manifestato la comune intenzione di continuare ad esercitare il ruolo svolto negli ultimi quindici anni sul piano della regolamentazione interconfederale degli strumenti legislativi miranti a promuovere e favorire tutte le occasioni di impiego regolare e tutelate offerte ai lavoratori ed in particolare ai giovani. Un ruolo decisivo, soprattutto se si considera la degenerazione, verificatasi negli anni passati, dei contratti a contenuto formativo. È noto, a questo proposito, come la componente più genuinamente formativa dei vecchi contratti di formazione e lavoro (e anche del contratto di apprendistato) sia stata il più delle volte mortificata da funzioni ulteriori e improprie, quali ad esempio la riduzione del costo del lavoro, l'allentamento di talune (presunte o reali) rigidità della normativa di tutela del lavoro dipendente, il sostegno del reddito di fasce sempre più estese di giovani disoccupati, la ricerca di consenso sociale, ecc. Funzioni sicuramente importanti ma che, nel fornire robusti e indifferenziati incentivi economici e normativi all'assunzione della componente più appetibile del mercato del lavoro, quella giovanile appunto, hanno finito con il creare vere barriere e discriminazioni all'ingresso nel mercato regolare di altri gruppi di lavoratori svantaggiati: lavoratori over cinquanta espulsi da processi produttivi, donne e madri in cerca di reinserimento nel mercato del lavoro, disoccupati di lungo periodo, eccetera. Con l'avvio della riforma dei contratti a contenuto formativo e con il nuovo contratto di inserimento si pongono ora le premesse per differenziare le politiche di vera formazione, rispetto alle quali il nostro Paese è particolarmente carente, dall'incentivazione economica e normativa al reinserimento di particolari segmenti svantaggiati del mercato del lavoro mediante un progetto individuale di adattamento delle competenze professionali a un determinato contesto lavorativo. Una razionalizzazione importante questa che, nell'irrobustire le politiche di coesione sociale, potrebbe altresì porre fine all'attuale guerra tra poveri - giovani contro anziani e gruppi deboli del mercato del lavoro - che tanto penalizza la destinazione di risorse pubbliche a sostegno dell'inserimento o reinserimento nel mondo del lavoro in forma regolare e trasparente.