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Ecco cosa cambia per i lavoratori

Gian Battista Bozzo, "Il Giornale", 28 luglio 2004, p. 2

Con il voto di fiducia alla Camera, la riforma delle pensioni diventa legge dello Stato. Non è ancora la conclusione di un cammino durato due anni e mezzo perché il ministero del Welfare dovrà emanare i decreti delegati; ma rappresenta comunque il passaggio fondamentale. E, a questo punto, bisogna capire i perché e i contenuti di questo provvedimento.

La riforma è davvero necessaria?

Sì. La legge Dini, approvata nel 1995 e che introduce in Italia il sistema contributivo (pensione legata ai contributi pagati durante la carriera lavorativa), sarà completata (nel senso che tutti i lavoratori e i pensionati saranno inclusi nel nuovo sistema) intorno al 2065, settanta anni dopo il voto del Parlamento. Nel frattempo, intorno al 2033-35, la spesa pensionistica subirà un picco molto elevato: la cosiddetta «gobba», che porterà al 15,9% il rapporto fra spesa e prodotto lordo, contro un 13% della media europea. La nuova legge intende ridurre quel la «gobba» di spesa, ma agisce anche su gli anni precedenti.

È stato calcolato che nel 2009, secondo anno di vigenza, ci sarà un risparmio dello 0,3% del Pil, che salirà allo 0,7% nel 2012 e allo 0,8% nel 2015.

Che cosa cambia da qui al 2008?

Poco. Fino al 2008, infatti, nulla cambia né per le pensioni in vigore né per quelle di anzianità. Verranno invece introdotti incentivi - il cosiddetto «super bonus» - per rinviare su base volontaria il pensionamento d'anzianità. I lavoratori del settore privato che matureranno entro il 31 dicembre 2007 i requisiti per il pensionamento d'anzianità (35 anni di contributi e 57 anni d'età) e che decideranno di rimanere al lavoro riceveranno un aumento in busta-paga pari al controvalore dei contributi previdenziali, pari al 32,7% della loro retribuzione. L'aumento è esente da ogni tipo di imposta. A partire dal 2007 e fino al 2015 viene poi introdotto il prelievo dal 3 al 4% sulle cosiddette «pensioni d'oro», quelle che superano l'importo di 516 euro al giorno. Attraverso i decreti delegati, si elimineranno le sperequazioni fra le varie gestioni pensionistiche pubbliche e private al fine di ottenere, a parità di anzianità e di retribuzione, uguali trattamenti pensionistici. Per le pensioni d'invalidità restano i requisiti attuali, ma l'Inps procederà a verifiche accurate per eliminare la pensione ai falsi invalidi.

E che cosa cambia dal 2008?

A partire dal primo gennaio 2008, si potrà andare in pensione a 60 anni d'età (61 per i lavoratori autonomi) più 35 annualità di contributi, oppure con 40 anni di contributi senza altri requisiti d'età anagrafica. Nel 2010, l'età di pensionamento sale a 61 anni (62 per gli autonomi). Dopo la verifica fissata per il 2013, si deciderà se portare l'età a 62 anni (63 per gli autonomi). Per le donne - oltre alle norme generali - è previsto anche il cosiddetto «terzo canale»: potranno andare a riposo a 57 anni d'età e 35 annualità di contributi, ma la loro pensione sarà calcolata interamente con il sistema contributivo, meno conveniente rispetto all'attuale sistema retributivo. Eccezioni sono previste per i lavori usuranti, per le lavoratrici madri, per i lavoratori precoci (che hanno iniziato prima dei 18 anni): i trattamenti saranno negoziati con le parti sociali. Militari e forze dell'ordine sono esclusi dalle nuove regole.

Si chiudono alcune «finestre». Che cosa vuoi dire?

Finora si aprivano, ogni anno, quattro «finestre», quattro date per uscire dal lavoro ed entrare in pensione d'anzianità. Le finestre diventano due, e questo significa una maggiore attesa per il lavoratore che matura i requisiti di pensionamento: un'attesa che andrà da sei mesi a un anno per i dipendenti, mentre per gli autonomi durerà da un anno a un anno e mezzo. La norma non vale per quei lavoratori che, maturato il diritto al pensionamento d'anzianità, hanno chiesto entro il 31 dicembre 2007 la cosiddetta «certificazione dei diritti» e poi hanno continuato a lavorare. Saranno i decreti delegati a decidere il numero delle finestre di uscita per chi va in pensione con 40 anni di contributi.

Come si svilupperà la previdenza complementare?

Dopo l'entrata in vigore dei decreti delegati, il lavoratore avrà sei mesi di tempo per decidere se utilizzare o meno il suo «Tfr», il flusso annuale del trattamento di fine rapporto, per alimentare il proprio Fondo pensioni. La procedura sarà quella del silenzio-assenso. Sono previste regole e controlli comuni per tutte le forme di previdenza complementare.