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Il governo ha investito nel futuro

Intervista al sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi di Gian Battista Bozzo, "Il Giornale", 29 luglio 2004, p. 2

La riforma delle pensioni e quella del mercato del lavoro sono le due facce della stessa medaglia: «Sono riforme pensate per il futuro, quelle su cui si misura la capacità di leadership di un governo», dice il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi. A completare il quadro, manca la riforma degli ammortizzatori sociali, e Sacconi anticipa che la prossima legge finanziaria conterrà un finanziamento da 780 milioni di euro (oltre 1.500 miliardi di vecchie lire) per l'indennità di disoccupazione, «un bel segnale».

Il voto conclusivo sulle pensioni chiude simbolicamente una fase riformista, incominciata con il nuovo mercato del lavoro.

«Non solo. Comprendo nella stessa logica anche le riforme della scuola e le nuove regole sui flussi migratori. La visione complessiva è quella della società attiva, quella della strategia di Lisbona. Una società con alti tassi d'occupazione e di scolarizzazione, una società competitiva ma anche giusta: a questo fine hanno concorso tutte le riforme, anche quella delle pensioni. Finora la previdenza era «riparatrice», prepensionava le persone espulse dalla produzione; oggi abbiamo approvato una legge che al contrario consente di restare al lavoro anche dopo aver maturato i requisiti per la pensione. La riforma Biagi esalta il cosiddetto «welfare to work»: per gli esuberi non dobbiamo pensare quanto manca alla pensione, ma dobbiamo dare loro il diritto di restare sul mercato del lavoro. Ma c'è un altro rapporto fra pensioni e nuovo mercato del lavoro: con più alti tassi d'occupazione aumentano anche i finanziatori dello stato sociale».

Era davvero necessario intervenire con una nuova riforma delle pensioni, dopo la Dini?

«Giuliano Cazzola parla di una generazione scappata con la cassa, riferendosi a pensionati e pensionandi di oggi. Senza modifiche alla riforma Dini, avremmo avuto nel 2033 un picco di spesa previdenziale pari al 16% del pil, con rischi di crac. E se succede il crac, saltano anche i diritti acquisiti. I giovani che oggi entrano nel mercato del lavoro avranno, secondo la Dini, una pensione che è la metà di quella dei loro padri. Con la riforma approvata oggi, facciamo decollare la previdenza integrativa attraverso il Tfr, che deve partire subito. Ai più giovani, che nella loro vita lavorativa cambieranno spesso attività, magari anche da dipendente ad autonomo, daremo un sistema di «conto corrente» che consenta di cumulare i versamenti. E poi intendiamo svuotare il bacino dei co.co.co. (i lavoratori impegnati in collaborazioni coordinate e continuative, ndr)».

A completare il quadro mannca la riforma degli ammortizzatori sociali.

«Ora è questo il nostro obiettivo primario, lo ha ribadito in Parlamento anche il presidente del Consiglio. Un impegno che emergerà nel Dpef, e che certamente troverà traduzione in fatti nella legge finanziaria. Ho proposto di accelerare l'iter della riforma, e di inserire in finanziaria l'aumento dell'indennità di disoccupazione, che passa dagli attuali sei mesi a dodici mesi, con un assegno pari al 60% dell'ultima retribuzione (oggi è il 40%) per i primi sei mesi, che poi passa al 40% ed al 30% nei due successivi trimestri. Un intervento che costa 780 milioni di euro all'anno, e che entrerà in vigore il i gennaio 2005».

E più difficile fare la riforme quando l'economia cresce poco, in questo il governo non è stato favorito.

«Abbiamo fatto le riforme in un periodo di bassa crescita anche per liberare energie al fine di aumentare il tasso di sviluppo del Paese. L'esempio concreto è quello della riforma Biagi: pur con crescita bassa, l'occupazione è aumentata».

Come giudica l'atteggiamento negativo del sindacato?

«Ci sono stati atteggiamenti diversi da parte delle tre organizzazioni, chiunque li ha potuti vedere. Le proposte di Cisl e Uil sono state spesso recepite dal governo, mentre la Cgil ha impedito che il sindacato potesse presentare proposte alternative unitarie sul mercato del lavoro. Quanto alle pensioni, è difficile - dappertutto, non solo in Italia - ottenere il consenso sindacale a una riforma che comporta, nell'immediato, decisioni impopolari. Ma sono decisioni che hanno un ritorno positivo, proiettato nel tempo. Esse misurano la capacità di leadership di un governo. Gli inglesi chiedono «are we ready for the future», siamo pronti per il futuro? Non possiamo chiedere troppo al sindacato. Registro tuttavia che, proprio nelle ore in cui si è votata la fiducia sulle pensioni, a Palazzo Chigi governo e sindacati decidevano l'apertura di un tavolo di confronto sui prezzi e l'inflazione. Mi pare un buon segnale».