ti trovi in: Governo Berlusconi ╗ La riforma delle pensioni
Sconfitto il partito del rinvio a oltranza

Giuliano Cazzola, "Libero", 29 luglio 2004, p. 1

Bene. Adesso sappiamo che, tra i tanti mali di cui soffrono il governo e la maggioranza, non figura la sindrome di Medea ovvero quella acuta depressione che indusse il personaggio mitologico ad uccidere i propri figli pur di vendicarsi dell'abbandono del marito Giasone. Il governo ha chiesto la fiducia, alla Camera, sulla delega in materia previdenziale. Così, l'importante provvedimento è diventato legge dello Stato dopo due anni e mezzo dalla sua presentazione.

Si è ricomposto in questo modo il trittico virtuoso della fine del 2001, quando il governo presentò i tre disegni di legge delega (mercato del lavoro, pensioni e fisco) che coronavano l'impegno riformatore assunto con gli elettori. La pratica delle pensioni doveva essere archiviata, perché a settembre si presenteranno altri gravi problemi da risolvere. Lo chiedeva la Ue, lo pretendevano i mercati, lo imponeva la serietà di una coalizione parecchio ammaccata ma non vinta. Quanto al voto di fiducia, il governo non era tenuto a giustificarsi: è una prerogativa riconosciuta - niente meno - dall'articolo 94 della Costituzione. Non era proprio il caso di riaprire un "dialogo sociale" divenuto inutile, dal momento che i sindacati - è loro diritto dissentire - non concordano sul principio dell'innalzamento dell'età pensionabile, che è il punto più qualificante della delega emendata.

La proposta di Cgil, Cisl e Uil di rinviare la riforma a dopo l'appuntamento previsto, l'anno prossimo, per la revisione dei coefficienti di trasformazione (le percentuali, ragguagliate all'età e agli indicatori demografici, che nel sistema contributivo vengono moltiplicate per il montante allo scopo di determinare l'importo della pensione) non poteva essere accolta per tanti motivi.

A parte ogni altra considerazione (compreso il fatto che tutti conoscono la tattica di Bertoldo nel la scelta dell'albero a cui essere impiccato) si sarebbe trattato di rimandare al 2005 una decisione già matura adesso. Le statistiche più recenti stanno ad indicare, infatti, che, nei dieci anni trascorsi, l'attesa di vita per uomini e donne si è allungata più del previsto. Inoltre, se è senz'altro vero che il governo non ha sempre avuto una condotta lineare nel gestire il confronto con i sindacati (agendo spesso, in modo intermittente e in ragione di spinte e pressioni interne alla maggioranza), nessuno può negare che un negoziato, alla fine, si sia svolto, con esiti apprezzati dalle confederazioni, le quali, nel documento posto alla base dello sciopero generale del 26 marzo scorso, non hanno potuto non riconoscere «i pur significativi risultati ottenuti». Arriva, dunque, un momento nel quale una classe dirigente riesce ad essere credibile solo se tiene fede ai propri impegni.

Certo, come tante altre riforme prima di questa ed altrettante che verranno in seguito, nessuno è autorizzato a ritenere che, con l'approvazione della delega, è stata scritta la parola definitiva in materia di pensioni. La politica è sempre l'arte del possibile. Il suo compito è quello di guardare avanti anche facendo i conti con le miserie quotidiane. Che i problemi siano lontani dall'essere risolti lo si vede anche valutando il rendiconto Inps per il 2003, in discussione in questi giorni. Il modesto saldo attivo ha solo una spiegazione: gli ingenti avanzi (ormai per circa 10 miliardi di euro) delle gestioni dei parasubordinati (i co.co.co sfruttati anche sul piano pensionistico) e delle prestazioni temporanee (assegni familiari e ammortizza tori sociali).

In sostanza i settori deboli del mercato del lavoro sono forzatamente solidali con quelli forti e garantiti.